ACQUISTO MOBILI: IL VERO PREZZO DELLA CONVENIENZA

La convenienza esiste davvero?

Sono sempre più gli italiani che scelgono di arredare la propria casa a prezzi particolarmente vantaggiosi, se non “stracciati”.

Accattivanti e ridondanti campagne pubblicitarie (esempio: “La convenienza su tutto”; “Prezzi Stracciati”; “La Convenienza esagerata”) attirano puntualmente l’attenzione di chi non intende spendere cifre eccessive senza per questo rinunciare a mobili all’ultimo grido.

I retroscena di questa tipologia di acquisti, spesso poco conosciuti, possono celare, però, amare sorprese!

È il caso di quei clienti che, alle prese con ritardi delle consegne (quasi costanti) e vizi della merce acquistata da un colosso italiano della grande distribuzione organizzata di mobili e complementi di arredo, si ritrovano catapultati, loro malgrado, in un tunnel senza uscita. Telefonate, mail, reclami…tutto inutile. Ad un tratto, la nota azienda con la quale avevano stipulato il contratto di compravendita – con tanto di logo e sito internet- sembra svanita nel nulla!

Nelle ipotesi più fortunate, una volta stabilito un contatto, a interfacciarsi sarà una società apparentemente diversa e mai conosciuta prima. Un abile sistema di scatole cinesi volto a innescare un rimpallo di responsabilità che costerà al cliente, lasciato nella più totale confusione, infinite perdite di tempo e spiacevoli disagi.

Accade anche che, cercando di contattare la  tanto pubblicizzata azienda, si scopra che il contratto di acquisto è stato sottoscritto con una società indicata nel modulo con  caratteri microscopici e  che sembrerebbe totalmente staccata da quella utilizzata per pubblicizzare i mobili.

Prima di acquistare la mobilia dei propri sogni sarà bene ricordarsi che…“non tutto è oro quel che luccica”!

Se ritieni di esserti imbattuto in una situazione simile, non esitare a contattarci sin da subito! Il nostro staff, pronto a seguirti passo dopo passo, potrà offrirti l’assistenza di cui hai bisogno per far valere i tuoi diritti! Mettici alla prova.

www.spaziolegale.it

La redazioneACQUISTO MOBILI: IL VERO PREZZO DELLA CONVENIENZA
Leggi oltre

PRIVACY E CORONAVIRUS: RISCHI DA NON CORRERE

Quando le informazioni mancano, le voci crescono”, questa frase di Alberto Moravia è più che mai attuale in un periodo, come quello che stiamo attraversando, caratterizzato da un’ emergenza senza precedenti. Il Covid 19, nemico invisibile, sta mettendo a dura la tenuta nervosa – e non solo – di ognuno di noi

In questo clima surreale, può succedere che si inneschino delle reazioni a catena che sembrano inarrestabili. Ed infatti, molti di noi cedono alla tentazione di mettere in guardia amici e parenti, fornendo loro informazioni sull’identità di soggetti colpiti da Covid-19. Un’ anacronistica caccia agli “untori” che, oltre ad aumentare la psicosi generale, spesso sfocia in atti di discriminazione e ingiustificato allarmismo, con conseguenze inevitabili per chi è stato colpito dall’infezione, o sospetta di esserlo, e per i propri familiari.

Se da un lato la limitazione delle libertà diviene inevitabile al fine di contenere il contagio, dall’altro, la diffusione e la condivisione di notizie riservate, addirittura associate a foto e dettagli di ogni genere, rischiano di tradursi in una grave violazione dei dati personali.

Accade sempre più spesso che il Garante della Privacy riceva segnalazioni e reclami relativi alla diffusione, tramite social network e canali di informazione a mezzo stampa, di dettagli non essenziali al fine di notiziare sulla condizione di questi soggetti.

Seppur il Codice della Privacy preveda delle deroghe al diritto alla riservatezza, l’illecita diffusione di dati personali resta sanzionabile:

  • sul piano civile: chi dalla stessa avrà subito un danno potrà attivarsi al fine di ottenere il risarcimento;

  • sul piano penale: una simile condotta è punita con la reclusione fino a tre anni.   Nel caso di pubblicazione dei nominativi sui social network, sarà persino ravvisabile il reato di diffamazione a mezzo stampa. Inoltre, chi condivide notizie infondate e crea falsi allarmismi rischia una denuncia per procurato allarme, reato punibile, ai sensi dell’art. 658 c.p, con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci a cinquecentosedici euro.

RISERVATEZZA E DIRITTO DI CRONACA

Anche con riferimento agli operatori dell’informazione, il Garante ha precisato come gli stessi debbano “astenersi dal riportare i dati personali dei malati che non rivestono ruoli pubblici, per questi ultimi nella misura in cui la conoscenza della positività assuma rilievo in ragione del ruolo svolto”. Essi dovranno attenersi a dati statistici omettendo riferimenti anagrafici, immagini, e tutto ciò che possa far risalire all’identità della persona.

Il diritto alla riservatezza, pertanto, non può essere sacrificato in modo del tutto ingiustificato: non dimentichiamo, del resto, che, anche in tempo di pandemia, a tutto c’è un limite!

Se ti ritrovi in una di queste situazione sopra evidenziate, sia come soggetto che ha divulgato informazioni sensibili, sia come soggetto passivo che si è ritrovato coinvolto in spirali infinite di chat ed altri strumenti simili, sappi che è necessario comprendere in maniera analitica quelli che sono i diritti e doveri di un cittadino. Il nostro Staff è a Tua completa disposizione per darti che risposte che cerchi.

  www.spaziolegale.com

La redazionePRIVACY E CORONAVIRUS: RISCHI DA NON CORRERE
Leggi oltre

RIDERS E CONSEGNE A DOMICILIO

CONSEGNE A DOMICILIO: TUTELA NORMATIVA DEI RIDERS

Ordinare una pizza a domicilio, o qualsiasi altro genere di cibo, tramite una telefonata oppure utilizzando semplici applicazioni mobili, è una comodità a cui spesso non sappiamo rinunciare. Per poter finalmente gustare ciò che abbiamo ordinato, però, è necessario attendere che il fattorino, c.d. rider, suoni alla nostra porta.

CHI SONO I RIDERS?

Si tratta ciclofattorini che, con l’utilizzo di un velocipede o di un veicolo a motore, effettuano concretamente la consegna presso il nostro domicilio. La gestione del rapporto di lavoro può avvenire attraverso una piattaforma multimediale e un applicativo per smartphone.

IL CASO 

Alcuni riders avevano stipulato con una nota azienda, che mette in contatto i ristoranti con i clienti finali attraverso una apposita applicazione, contratti di “collaborazione coordinata e continuativa”. Essi, però, lamentavano la mancanza di tutela prevista per quei lavoratori che, pur essendo formalmente autonomi, sono di fatto fortemente coordinati con l’organizzazione delle imprese.

IL RIDER È UN LAVORATORE DIPENDENTE?

L’attività dei riders non è compatibile con il lavoro subordinato per le ragioni messe in evidenza dalla Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 1663 /2020. A ben guardare, infatti, essa non presenta il requisito dell’obbligatorietà né prevede l’esercizio di qualsiasi potere disciplinare. In termini di tempo, inoltre, essa prevede un impegno poco rilevante, non essendo superiore mediamente a 20 ore settimanali.

Nel caso in esame, però, considerate le seguenti circostanze specifiche:

  • il lavoro del rider era organizzato su turni, in zone e compiendo itinerari stabiliti dalla committente;
  • i tempi di consegna erano stabiliti dalla stessa, con riferimento quantomeno ai limiti massimi di consegna, ossia 30 minuti dalla presa in carico del prodotto (pena l’applicazione di una penale)

si è stabilito che quella del rider è un’attività etero-organizzata dalla committente, con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro.

LA POSIZIONE DELLA CORTE

Tale attività è, pertanto, riconducibile alle “collaborazioni organizzate dal committente” la cui tutela è prevista dall’art. 2 del D.Lgs. n. 81/2015 e che si collocano tra il rapporto di lavoro subordinato e la collaborazione prevista dall’art. 409, n. 3, c.p.c. (la cosiddetta co.co.co.). Pur restando un lavoratore autonomo, al ciclofattorino andranno applicate le tutele del lavoro subordinato, previdenza compresa. La direzione, dunque, è quella di garantire una tutela omogenea anche a quelle forme di lavoro, che oscillano tra autonomia e subordinazione, nate nel nuovo contesto socio-economico caratterizzato dall’utilizzo, sempre più diffuso, delle nuove tecnologie.

Per ulteriori info: www.spaziolegale.com

 

 

 

 

 

La redazioneRIDERS E CONSEGNE A DOMICILIO
Leggi oltre

LA REVISIONE DELLA CALDAIA E’ ANNUALE O NO?

La nostra caldaia è l’artefice di quel piacevole tepore che ci avvolge quando rientriamo in casa, magari dopo una giornata di lavoro lunga, fredda e faticosa…

Puntuale come ogni anno ci giunge la chiamata del “nostro tecnico”  che ci fissa un appuntamento per il controllo della Caldaia.

E noi facciamo i conti sempre con la stessa domanda: “Ma è obbligatorio ogni anno?

Partiamo dalla normativa: il D.P.R. n. 74/2013 stabilisce che il nostro impianto di riscaldamento deve essere soggetto a degli interventi di revisione periodica.

 

OGNI QUANTO VA REVISIONATA LA NOSTRA CALDAIA ?

Occorre, in prima battuta, specificare che ci sono due differenti tipologie di revisione che hanno differente periodicità: il controllo di efficienza energetica e la manutenzione.

1) CONTROLLO DI EFFICIENZA ENERGETICA

Il controllo di efficienza energetica, meglio noto come controllo dei fumi, è volto ad accertare il rendimento della caldaia e consiste, tra l’altro, nell’analisi della combustione dei fumi. Questo tipo di controllo ha una periodicità variabile che dipende dalle diverse caratteristiche tecniche della caldaia. In linea generale è previsto ogni 2 anni per gli impianti alimentati a combustibile liquido o solido e ogni 4 anni per gli impianti alimentati a gas.

2) MANUTENZIONE

Il concetto di manutenzione racchiude varie operazioni che mirano a preservare nel tempo l’efficienza e la funzionalità della nostra caldaia. Tale può essere, ad esempio, la pulitura del bruciatore. La manutenzione non ha più una periodicità obbligatoriamente annuale. Ad oggi bisogna, infatti, far riferimento al contenuto del manuale di istruzioni tecniche della caldaia, che nella stragrande maggioranza dei casi impone un controllo ogni anno.

CHI DEVE SVOLGERE E QUAL È IL COSTO DELLE OPERAZIONI DI REVISIONE DELLA NOSTRA CALDAIA?

Le operazioni di revisione devono necessariamente essere eseguite da ditte abilitate ai sensi del decreto del Ministro dello sviluppo economico n. 37/2008 e hanno un costo medio di 90-100€ per quanto concerne il controllo di efficienza (verifica delle emissioni) e di 70-80€ per la manutenzione ordinaria.

Giova ricordare in questa sede che ogni intervento di revisione dev’essere certificato con un rapporto da parte del tecnico abilitato che lo esegue, il quale confluirà nel libretto di impianto. Il libretto costituisce un documento importantissimo poiché consente di accertare di essere effettivamente in regola con tutte le questioni riguardanti il nostro impianto di riscaldamento. Il bollino blu caldaia che è obbligatorio ed è rilasciato dal tecnico (autorizzato dal Comune) una volta concluse le summenzionate operazioni, serve ad attestare la buona riuscita della revisione.

PERCHÉ FAR CONTROLLARE PERIODICAMENTE LA CALDAIA?

Innanzitutto è importante per motivi di sicurezza, prevenendo eventuali incidenti domestici. Inoltre, una caldaia in regola permette di inquinare meno e quindi di ridurre i consumi, ottenendo così un risparmio in bolletta. Se i motivi appena richiamati non vi hanno ancora convinto, ricordiamo che le operazioni di controllo e di manutenzione sono obbligatorie per legge e che il mancato rispetto delle disposizioni in materia è punito con una sanzione amministrativa non inferiore a 500€ e non superiore a 3000€!!!

Vuoi maggiori chiarimenti, non esitare a contattarci: www.spaziolegale.com

La redazioneLA REVISIONE DELLA CALDAIA E’ ANNUALE O NO?
Leggi oltre

MUSICA IN AUTO? ATTENZIONE AL VOLUME

Che si tratti della canzone del momento, di una trasmissione radiofonica o di una semplice partita di calcio, la radio è spesso accesa nelle nostre autovetture. Ascoltare la musica mentre si guida però, pur essendo un piacevole diversivo, può riservare inattesi risvolti penali!

Già nel 2016, infatti, la Corte di Cassazione aveva chiarito come una simile condotta potesse disturbare le occupazioni o il riposo delle persone, tanto da integrare il reato di cui all’art. 659, co. 1 c.p. che punisce chiunque disturba la pubblica quiete con modalità determinate e chi esercita, nel mancato rispetto della legge o delle disposizioni dell’autorità, attività industriali o professionali rumorose.

Ebbene, con la recentissima sentenza n. 2658/2020 tale realtà prende maggiore forma.

IL CASO: un soggetto guidava di sera la propria auto, in una zona urbana e popolata, con l’impianto musicale a un volume talmente alto da far suonare gli allarmi delle autovetture in sosta. Accusato di aver recato disturbo ai sensi dell’art.659, co. 1 c.p.., viene assolto in primo grado per l’assenza di denunce a suo carico e per la mancata rilevazione della soglia del rumore: non era stato sufficientemente provato l’elemento disturbante contestato, nonostante le suddette circostanze fossero state testimoniate dall’ufficiale di polizia giudiziaria.

IL RICORSO: il Pm, come previsto dall’attuale D.lgs. n. 11/2018 in caso di contravvenzione da punire con pena alternativa al carcere, ricorre direttamente in Cassazione. 

LA DECISIONE: il provvedimento di assoluzione, posto all’attenzione della Suprema Corte, viene completamente ribaltato. Sul presupposto che si tratti di un reato di pericolo gli Ermellini hanno ritenuto una simile condotta suscettibile di integrare il reato in questione, senza che sia necessario rilevare il volume dell’impianto con una strumentazione ad hoc! Ai fini dell’accertamento della tollerabilità o meno delle emissione sonore da parte del giudice, infatti, lo stesso potrà valutare dati fattuali quali, ad esempio, il verbale redatto da parte dell’ufficiale di polizia giudiziaria che ha effettuato il sequestro preventivo della cassa acustica.

Non solo. È sufficiente che la suddetta condotta sia idonea a disturbare potenzialmente un numero indeterminato di individui, senza che sia necessario che essa abbia arrecato offesa a più persone determinate. Sarà, dunque, irrilevante la mancanza di denunce a carico del soggetto, potendosi tale illecito consumare anche con una sola condotta di schiamazzo o rumore idonea ad arrecare disturbo effettivo alle occupazioni o al risposo delle persone.

Per ricevere maggiori informazioni su questa fattispecie o su altre problematiche civili e/o penali, non esitare a contattarci.

www.spaziolegale.it

La redazioneMUSICA IN AUTO? ATTENZIONE AL VOLUME
Leggi oltre

CONSENSO INFORMATO: UN MODULO PRESTAMPATO NON BASTA!

 

 

Uno tra i momenti più delicati che ci troviamo ad affrontare, prima di essere sottoposti a un intervento chirurgico, è sicuramente quello in cui veniamo a conoscenza dei rischi che lo stesso comporta.

Tale tema, particolarmente scivoloso e dibattuto, è stato oggetto della recente sentenza n. 23328/2019 emessa dalla Corte di Cassazione.

IL CASO

Una paziente, a seguito di alcuni interventi chirurgici, lamentava di aver subito danni dovuti al forte dolore fisico e psichico causato dagli stessi e, per tale ragione, decideva di citare in giudizio il medico che li aveva eseguiti. Secondo la donna, a fronte di una diagnosi non grave, costui la induceva a sottoporsi ad un’operazione chirurgica, sostenendo che si sarebbe trattato di un intervento poco rischioso. In sala operatoria, però, la paziente veniva colta da una forte emorragia che la vedeva costretta a subire, il giorno dopo, un secondo intervento. I forti dolori avvertiti successivamente rendevano perciò necessario un terzo intervento, in assenza di preventiva sottoscrizione del consenso informato, che comprometteva del tutto la situazione clinica della stessa tanto da non potervi più porre rimedio successivamente.

È POSSIBILE POTER ESTENDERE IL CONSENSO ESPRESSO PER ISCRITTO AL PRIMO INTERVENTO ANCHE ALLE OPERAZIONI SUCCESSIVE?

Sul punto, la Corte ribadisce che non basta la sottoscrizione di un modulo prestampato e dal contenuto generico, ma occorre che il sanitario fornisca informazioni dettagliate al paziente. Esse devono consentire allo stesso la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento chirurgico, nonché dei risultati conseguibili, dei rischi e possibili conseguenze negative. Il consenso deve essere acquisito, altresì, anche in occasione dei successivi interventi e, dato il carattere riparatorio e l’esito non necessariamente risolutivo degli stessi, la preventiva informazione deve essere maggiormente dettagliata!

Il paziente deve essere messo al corrente della patologia determinata dal primo intervento e delle prospettive che possono effettivamente conseguirsi con la successiva operazione chirurgica.

CHE TIPI DI DANNI POSSONO DERIVARE DALLA VIOLAZIONE DEL DOVERE DI INFORMARE IL PAZIENTE?

Tale violazione, da parte del medico, può comportare: – un danno alla salute, quando sia possibile ritenere che il paziente, se fosse stato correttamente informato, non si sarebbe sottoposto all’intervento evitando, così, di subirne le conseguenze invalidanti; – un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, nel momento in cui, a causa del deficit informativo, il paziente abbia patito un pregiudizio, patrimoniale o non patrimoniale, diverso dalla lesione del diritto alla salute.

Contattaci per avere le risposte che cerchi: www.spaziolegale.com

La redazioneCONSENSO INFORMATO: UN MODULO PRESTAMPATO NON BASTA!
Leggi oltre

DRONI E PRIVACY

DRONI IN VOLO: RIPRENDERE DALL’ALTO RISPETTANDO LA PRIVACY

Il notevole incremento dell’utilizzo dei droni, “sistemi a pilotaggio remoto” (c.d. “SAPR”), in ambiti ricreativi o professionali, come ad esempio in occasioni di servizi fotografici effettuati il giorno delle nozze, ha posto di recente l’attenzione sull’impatto che questi possono avere sulla nostra riservatezza. Le eventuali effettuate da un drone in luogo privato, non aperto al pubblico (come ad esempio un giardino o un capannone) generalmente non comportano particolari accorgimenti. Naturalmente, sarà necessaria l’acquisizione del consenso dei soggetti ripresi e l’adozione di misure di sicurezza adeguate al fine di scongiurare il rischio della perdita, del furto o della diffusione involontaria dei dati acquisiti. Ai fini di un corretto utilizzo dei droni in luoghi pubblici, a fini ricreativi, è, altresì, fondamentale evitare di invadere l’intimità e gli spazi personali altrui e, per tali ragioni, è preferibile comunicare preventivamente l’intenzione di effettuare tali registrazioni.

Cosa cambia se si utilizzano i droni a fini professionali?

Utilizzare i droni per fini professionali apre lo scenario a profili di maggiore complessità: per il sorvolo di droni su agglomerati urbani o simili è necessario, oltre a chiedere le opportune autorizzazioni, limitare l’identificazione degli interessati ai soli casi in cui questo sia necessario. Inoltre, l’ENAC (Ente nazionale per l’aviazione civile) ha predisposto un “Regolamento mezzi aerei a pilotaggio remoto” che prevede espressamente, per tali tipologie di voli, il requisito del possesso di un vero e proprio brevetto di volo con autorizzazione al pilotaggio nonché l’obbligo per i piloti professionisti di stipulare una apposita polizza assicurativa.

Quali sono i riferimenti normativi?

Tra i più importanti provvedimenti da tenere in considerazione vi sono certamente quello emanato dal Garante dei Dati Personali in materia di videosorveglianza così come il recente Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR).

Anche le indicazioni offerte dalla Corte di Cassazione per l’uso delle immagini fotografiche possono ritenersi applicabili alle riprese effettuate con un drone. Qualora oggetto delle riprese sia un paesaggio, una chiesa o situazioni simili e in essa appaiano persone identificabili, l’autorizzazione all’uso delle immagini da parte degli stessi non sarà necessaria poiché considerati elementi secondari della ripresa. In caso contrario, il consenso sarà doveroso. Indicazioni importanti in materia, dunque, a cominciare dalla costruzione e dalla configurazione dei droni che dovranno avvenire in maniera tale da raccogliere un numero di dati personali piuttosto ristretto al fine di evitarne, quanto più possibile, un’illecita diffusione.

Per ricevere maggiori informazioni, non esitare a contattarci

www.spaziolegale.it

 

 

 

 

La redazioneDRONI E PRIVACY
Leggi oltre

PRELIEVI BANCOMAT NON AUTORIZZATI: HO DIRITTO AL RIMBORSO?

Accade sempre più spesso che si verifichino dei prelievi dagli sportelli Bancomat da parte di bande criminali organizzate.

Come ci si comporta se si finisce nelle grinfie di questi soggetti?  Vediamo di chiarire qualche dubbio.

Iniziamo con delle rassicurazioni. il prelivo non autorizzato di denaro dal conto corrente online oppure tramite carta bancomat in genere comporta l’immediato risarcimento della somma da parte della Banca.

La Banca potrebbe sollevare problemi solo se dimostra che il prelievo non autorizzato è avvenuto per tua colpa, perché non hai saputo custodire bene la carta bancomat o non hai saputo preservare il pin del bancomat dagli usi indebiti. Ma in genere, questa prova, a carico della Banca, è molto difficile da dimostrare. Ed infatti, la Banca deve infatti predisporre strumenti tali da garantire al proprio cliente di sapere, in qualsiasi momento, se qualcuno sta utilizzando il suo conto corrente online oppure la carta bancomat. Il correntista non è responsabile se qualcuno gli clona il bancomat nel mentre effettua un prelievo presso un punto di accesso.

Di solito i contratti stipulati tra il cliente e la Banca prevedono la restituzione delle somme prelevate da estranei, detratta una franchigia a carico degli utenti di 50 euro (prima dell’intervento del Governo, era di 150,00).  Quindi chi ha subito un furto di 1.000 euro dal bancomat avrà diritto a ricevere la restituzione di 950 euro (al netto della franchigia).

Come bisogna fare per ottenere il risarcimento?

Nel caso in cui ci ritroviamo in questa spiacevole situazione, occorre darsi immediatamente da fare per:

  1.  denunciare il fatto alla polizia postale o ai carabinieri; 
  2. bloccare la carta (se il furto è avvenuto con bancomat o carta di credito);
  3. Infine bisogna comunicare alla Banca il fatto con la copia della denuncia presentata alle autorità.

Se la Banca non restituisce le somme illegittimamente prelevate deve dare prova della colpa del correntista nell’episodio ossia dimostrare che il furto è avvenuto per incuria o negligenza del proprio cliente. Solo se viene fornita questa prova si può negare il rimborso, cosa non sempre facile per l’istituto di credito.

Se la Banca non procede al rimborso, conviene fare causa?

La giurisprudenza, a riguardo, ha ormai sposato una linea interpretativa di tutela del correntista, consentendo a quest’ultimo di chiedere, alla banca, la restituzione dei soldi illegittimamente prelevati dagli estranei.

La responsabilità dell’istituto di credito si fonda sul presupposto secondo cui spetta a quest’ultimo – e non al cliente – adottare tutte le misure tecniche per evitare il rischio di illegittime intrusioni o, quantomeno, attivare gli strumenti di allarme per evitare il ripetersi delle truffe.

Secondo la Cassazione, al correntista derubato spetta soltanto dimostrare di aver subito un trafugamento delle somme, mentre la Banca risponde dei danni conseguenti al fatto di non aver impedito a terzi di introdursi illecitamente nel sistema telematico mediante la captazione dei codici d’accesso del correntista. Se la banca vuole evitare la condanna deve dimostrare che il furto non le sia imputabile perché discendente da trascuratezza, errore o frode del correntista o da forza maggiore. In buona sostanza deve dare prova che è stato il correntista a non conservare, in modo diligente, le credenziali di accesso al proprio sistema di home banking.

In sintesi, la Banca ha una funzione di garante e, pertanto, ha una responsabilità oggettiva, che scatta cioè anche per le altrui condotte criminose, nonostante essa non abbia alcuna colpa. Dunque, al cliente spetta sempre la restituzione delle somme sottratte dal criminale informatico tramite bonifico online

Sei stato vittima di un caso analogo di truffa?

Hai necessità di recuperare i tuoi risparmi nei confronti della Banca? Contattaci.

Noi di Spazio Legale ti seguiremo in tutto l’iter che va dalla presentazione della denuncia alle competenti autorità fino all’ottenimento del rimborso da parte della Banca.

ww.spaziolegale.com

 

 

 

 

La redazionePRELIEVI BANCOMAT NON AUTORIZZATI: HO DIRITTO AL RIMBORSO?
Leggi oltre

DIVIETO ASSOLUTO DI INGRESSO IN UNA PUBBLICA SPIAGGIA AI CANI: ORDINANZA ILLEGITTIMA!

“Vengo anch’io? No tu no….” recitava un verso di un divertente.

E ricorda molto quello che, fino a poco tempo fa, accadeva nel momento in cui decidevamo, a malincuore, di lasciare in casa i nostri amici a quattro zampe per recarci al mare o, in casi estremi, rinunciavamo alla vacanza attesa l’effettiva difficoltà di trovare luogo accessibile anche per loro.

In molte parti d’Italia, infatti, la possibilità di portare il proprio cane in spiaggia veniva esclusa, molto spesso, con un’ordinanza comunale che ne impediva categoricamente l’accesso, tanto da indurci a cambiare la meta delle nostre vacanze.    

IL CASO: su tale scia, anche il Comune di Latina intendeva impedire, durante il periodo estivo, l’ingresso dei cani in spiaggia, anche se con museruola e guinzaglio, durante il periodo estivo ( 1° maggio – 30 settembre), prevedendo solo il loro accesso esclusivamente agli stabilimenti balneari a pagamento i cui concessionari avessero creato delle apposite zone a ciò deputate.       

LA RISPOSTA DEL TAR LAZIO:  ebbene, tale ordinanza è stata ritenuta illegittima dal Tar Lazio, con la recente sentenza n. 176/2019, in quanto scelta «irragionevole e illogica», e, pertanto, annullata!  Vi sono, infatti, chiare indicazioni regionali che attribuiscono ai Comuni il potere di individuare tratti di spiaggia da destinare all’accoglienza dei cani e che vengono dettate proprioin occasione della predisposizione del Piano di utilizzo degli arenili.  Una generica motivazione avente ad oggetto la tutela dell’igiene nelle spiagge non può in alcun modo vietare l’accoglienza degli animali di compagnia, in maniera assoluta!                                                                                                                                                   

QUALI LIMITAZIONI? É compito di tali enti, pertanto, adeguarsi e attrezzarsi – compresa la possibilità di individuare lidi a loro riservati – con ingresso, in ogni caso, gratuito –  al fine di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza.                                                                                                                                             Al più, così come indicato nella sentenza n. 225/2014 emessa dal Tar Calabria,  valutando una possibile limitazione dell’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite e/o interdette allo stesso e sempre gratuitamente, è possibile evitare che chi non può permettersi l’accesso ad aree riservate ed a pagamento possa essere, di fatto, discriminato.

Pur restando, quindi, la possibilità per il Comune di vietare la discesa di animali in spiaggia, affinché il provvedimento sia legittimo esso deve essere motivato e concretamente volto a consentire anche ai nostri animali di godere di una giornata di sole al mare indicando valide alternative!                                                                                                                                Hai la necessita di avere un parere più dettagliato?

Contattaci.

www.spaziolegale.com

La redazioneDIVIETO ASSOLUTO DI INGRESSO IN UNA PUBBLICA SPIAGGIA AI CANI: ORDINANZA ILLEGITTIMA!
Leggi oltre

CONGUAGLIO BOLLETTE: cosa fare?

 

Quante volte ci è capitato di leggere le nostre bollette e fare gli scongiuri per il tanto temuto conguaglio che, prima o poi, giunge a sorpresa?

Accade spesso che il consumatore non ha i soldi necessari a pagare le maxibollette che periodicamenre arrivano.

In molti casi, il mancato pagamento delle bollette induce la società di fornitura di energia elettrica e/o gas a ricorrere alle vie legali al fine di ottenere dal giudice un provvedimento d’ingiunzione nei nostri confronti. Nello specifico, si tratta di un atto con il quale ci viene ingiunto di pagare la somma richiesta in virtù delle fatture emesse dalla società per il servizio che ci è stato erogato.

Cosa accade se l’utente decide di opporsi?

Può accadere che i conti non tornino: le somme oggetto del decreto ingiuntivo ci risultano eccessive rispetto a nostri consumi o si riferiscono a forniture non richieste poiché, in quel periodo, avevamo cambiato gestore. Ebbene, se le fatture commerciali possono essere sufficienti ad ottenere un decreto ingiuntivo, altrettanto vero è che, qualora il presunto debitore decidesse di opporsi, alla società di somministrazione servirà ben altro per sostenere le proprie richieste! Una volta incardinato il giudizio di opposizione, essa sarà tenuta a provare gli elementi costituitivi della propria pretesa creditoria fornendo prova certa dell’effettiva prestazione: la quantificazione dei consumi reali non può prescindere dalla dimostrazione della regolare rilevazione dei consumi e dalla trasmissione dei relativi dati da parte del soggetto preposto.

Quale valore avrà la fattura in sede di giudizio?

La fattura, del resto, pur riferendosi ad un rapporto già instaurato, non può essere idonea a provare l’esistenza di un contratto fra le parti, potendo costituire, al più, mero indizio dello stesso e dell’esecuzione di una prestazione. “Nessun valore, infatti, neppure indiziario, può esserle riconosciuto in merito alla rispondenza della prestazione stessa a quella pattuita e in merito agli altri elementi costitutivi del contratto” (Cass. 3.04.2008, n. 8549).
Condannare l’utente a pagare delle somme sulla base di un “consumo presunto” significherebbe, infatti, alterare quel vincolo con cui le parti si impegnano reciprocamente: “il prezzo della fornitura deve essere commisurato all’effettivo consumo e non può essere determinato secondo altri criteri presuntivi che prescindano dalla reale situazione” (Trib. Civile di Roma, Sez.VIII, sent.n. 548/2018).

Di fronte ad un decreto ingiuntivo, pertanto, è fondamentale non perdere tempo. Trascorsi 40 giorni dalla notifica dello stesso, infatti, senza aver proposto opposizione, esso diventerà esecutivo. Ciò significa che il creditore potrà procedere notificandoci un atto di precetto per poi procedere con il pignoramento! Meglio scongiurare questo rischio affidandosi a professionisti competenti al fine di valutare adeguate soluzioni.

www.spaziolegale.it

 

La redazioneCONGUAGLIO BOLLETTE: cosa fare?
Leggi oltre