RIDERS E CONSEGNE A DOMICILIO

CONSEGNE A DOMICILIO: TUTELA NORMATIVA DEI RIDERS

Ordinare una pizza a domicilio, o qualsiasi altro genere di cibo, tramite una telefonata oppure utilizzando semplici applicazioni mobili, è una comodità a cui spesso non sappiamo rinunciare. Per poter finalmente gustare ciò che abbiamo ordinato, però, è necessario attendere che il fattorino, c.d. rider, suoni alla nostra porta.

CHI SONO I RIDERS?

Si tratta ciclofattorini che, con l’utilizzo di un velocipede o di un veicolo a motore, effettuano concretamente la consegna presso il nostro domicilio. La gestione del rapporto di lavoro può avvenire attraverso una piattaforma multimediale e un applicativo per smartphone.

IL CASO 

Alcuni riders avevano stipulato con una nota azienda, che mette in contatto i ristoranti con i clienti finali attraverso una apposita applicazione, contratti di “collaborazione coordinata e continuativa”. Essi, però, lamentavano la mancanza di tutela prevista per quei lavoratori che, pur essendo formalmente autonomi, sono di fatto fortemente coordinati con l’organizzazione delle imprese.

IL RIDER È UN LAVORATORE DIPENDENTE?

L’attività dei riders non è compatibile con il lavoro subordinato per le ragioni messe in evidenza dalla Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 1663 /2020. A ben guardare, infatti, essa non presenta il requisito dell’obbligatorietà né prevede l’esercizio di qualsiasi potere disciplinare. In termini di tempo, inoltre, essa prevede un impegno poco rilevante, non essendo superiore mediamente a 20 ore settimanali.

Nel caso in esame, però, considerate le seguenti circostanze specifiche:

  • il lavoro del rider era organizzato su turni, in zone e compiendo itinerari stabiliti dalla committente;
  • i tempi di consegna erano stabiliti dalla stessa, con riferimento quantomeno ai limiti massimi di consegna, ossia 30 minuti dalla presa in carico del prodotto (pena l’applicazione di una penale)

si è stabilito che quella del rider è un’attività etero-organizzata dalla committente, con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro.

LA POSIZIONE DELLA CORTE

Tale attività è, pertanto, riconducibile alle “collaborazioni organizzate dal committente” la cui tutela è prevista dall’art. 2 del D.Lgs. n. 81/2015 e che si collocano tra il rapporto di lavoro subordinato e la collaborazione prevista dall’art. 409, n. 3, c.p.c. (la cosiddetta co.co.co.). Pur restando un lavoratore autonomo, al ciclofattorino andranno applicate le tutele del lavoro subordinato, previdenza compresa. La direzione, dunque, è quella di garantire una tutela omogenea anche a quelle forme di lavoro, che oscillano tra autonomia e subordinazione, nate nel nuovo contesto socio-economico caratterizzato dall’utilizzo, sempre più diffuso, delle nuove tecnologie.

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LA REVISIONE DELLA CALDAIA E’ ANNUALE O NO?

La nostra caldaia è l’artefice di quel piacevole tepore che ci avvolge quando rientriamo in casa, magari dopo una giornata di lavoro lunga, fredda e faticosa…

Puntuale come ogni anno ci giunge la chiamata del “nostro tecnico”  che ci fissa un appuntamento per il controllo della Caldaia.

E noi facciamo i conti sempre con la stessa domanda: “Ma è obbligatorio ogni anno?

Partiamo dalla normativa: il D.P.R. n. 74/2013 stabilisce che il nostro impianto di riscaldamento deve essere soggetto a degli interventi di revisione periodica.

 

OGNI QUANTO VA REVISIONATA LA NOSTRA CALDAIA ?

Occorre, in prima battuta, specificare che ci sono due differenti tipologie di revisione che hanno differente periodicità: il controllo di efficienza energetica e la manutenzione.

1) CONTROLLO DI EFFICIENZA ENERGETICA

Il controllo di efficienza energetica, meglio noto come controllo dei fumi, è volto ad accertare il rendimento della caldaia e consiste, tra l’altro, nell’analisi della combustione dei fumi. Questo tipo di controllo ha una periodicità variabile che dipende dalle diverse caratteristiche tecniche della caldaia. In linea generale è previsto ogni 2 anni per gli impianti alimentati a combustibile liquido o solido e ogni 4 anni per gli impianti alimentati a gas.

2) MANUTENZIONE

Il concetto di manutenzione racchiude varie operazioni che mirano a preservare nel tempo l’efficienza e la funzionalità della nostra caldaia. Tale può essere, ad esempio, la pulitura del bruciatore. La manutenzione non ha più una periodicità obbligatoriamente annuale. Ad oggi bisogna, infatti, far riferimento al contenuto del manuale di istruzioni tecniche della caldaia, che nella stragrande maggioranza dei casi impone un controllo ogni anno.

CHI DEVE SVOLGERE E QUAL È IL COSTO DELLE OPERAZIONI DI REVISIONE DELLA NOSTRA CALDAIA?

Le operazioni di revisione devono necessariamente essere eseguite da ditte abilitate ai sensi del decreto del Ministro dello sviluppo economico n. 37/2008 e hanno un costo medio di 90-100€ per quanto concerne il controllo di efficienza (verifica delle emissioni) e di 70-80€ per la manutenzione ordinaria.

Giova ricordare in questa sede che ogni intervento di revisione dev’essere certificato con un rapporto da parte del tecnico abilitato che lo esegue, il quale confluirà nel libretto di impianto. Il libretto costituisce un documento importantissimo poiché consente di accertare di essere effettivamente in regola con tutte le questioni riguardanti il nostro impianto di riscaldamento. Il bollino blu caldaia che è obbligatorio ed è rilasciato dal tecnico (autorizzato dal Comune) una volta concluse le summenzionate operazioni, serve ad attestare la buona riuscita della revisione.

PERCHÉ FAR CONTROLLARE PERIODICAMENTE LA CALDAIA?

Innanzitutto è importante per motivi di sicurezza, prevenendo eventuali incidenti domestici. Inoltre, una caldaia in regola permette di inquinare meno e quindi di ridurre i consumi, ottenendo così un risparmio in bolletta. Se i motivi appena richiamati non vi hanno ancora convinto, ricordiamo che le operazioni di controllo e di manutenzione sono obbligatorie per legge e che il mancato rispetto delle disposizioni in materia è punito con una sanzione amministrativa non inferiore a 500€ e non superiore a 3000€!!!

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MUSICA IN AUTO? ATTENZIONE AL VOLUME

Che si tratti della canzone del momento, di una trasmissione radiofonica o di una semplice partita di calcio, la radio è spesso accesa nelle nostre autovetture. Ascoltare la musica mentre si guida però, pur essendo un piacevole diversivo, può riservare inattesi risvolti penali!

Già nel 2016, infatti, la Corte di Cassazione aveva chiarito come una simile condotta potesse disturbare le occupazioni o il riposo delle persone, tanto da integrare il reato di cui all’art. 659, co. 1 c.p. che punisce chiunque disturba la pubblica quiete con modalità determinate e chi esercita, nel mancato rispetto della legge o delle disposizioni dell’autorità, attività industriali o professionali rumorose.

Ebbene, con la recentissima sentenza n. 2658/2020 tale realtà prende maggiore forma.

IL CASO: un soggetto guidava di sera la propria auto, in una zona urbana e popolata, con l’impianto musicale a un volume talmente alto da far suonare gli allarmi delle autovetture in sosta. Accusato di aver recato disturbo ai sensi dell’art.659, co. 1 c.p.., viene assolto in primo grado per l’assenza di denunce a suo carico e per la mancata rilevazione della soglia del rumore: non era stato sufficientemente provato l’elemento disturbante contestato, nonostante le suddette circostanze fossero state testimoniate dall’ufficiale di polizia giudiziaria.

IL RICORSO: il Pm, come previsto dall’attuale D.lgs. n. 11/2018 in caso di contravvenzione da punire con pena alternativa al carcere, ricorre direttamente in Cassazione. 

LA DECISIONE: il provvedimento di assoluzione, posto all’attenzione della Suprema Corte, viene completamente ribaltato. Sul presupposto che si tratti di un reato di pericolo gli Ermellini hanno ritenuto una simile condotta suscettibile di integrare il reato in questione, senza che sia necessario rilevare il volume dell’impianto con una strumentazione ad hoc! Ai fini dell’accertamento della tollerabilità o meno delle emissione sonore da parte del giudice, infatti, lo stesso potrà valutare dati fattuali quali, ad esempio, il verbale redatto da parte dell’ufficiale di polizia giudiziaria che ha effettuato il sequestro preventivo della cassa acustica.

Non solo. È sufficiente che la suddetta condotta sia idonea a disturbare potenzialmente un numero indeterminato di individui, senza che sia necessario che essa abbia arrecato offesa a più persone determinate. Sarà, dunque, irrilevante la mancanza di denunce a carico del soggetto, potendosi tale illecito consumare anche con una sola condotta di schiamazzo o rumore idonea ad arrecare disturbo effettivo alle occupazioni o al risposo delle persone.

Per ricevere maggiori informazioni su questa fattispecie o su altre problematiche civili e/o penali, non esitare a contattarci.

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CONSENSO INFORMATO: UN MODULO PRESTAMPATO NON BASTA!

 

 

Uno tra i momenti più delicati che ci troviamo ad affrontare, prima di essere sottoposti a un intervento chirurgico, è sicuramente quello in cui veniamo a conoscenza dei rischi che lo stesso comporta.

Tale tema, particolarmente scivoloso e dibattuto, è stato oggetto della recente sentenza n. 23328/2019 emessa dalla Corte di Cassazione.

IL CASO

Una paziente, a seguito di alcuni interventi chirurgici, lamentava di aver subito danni dovuti al forte dolore fisico e psichico causato dagli stessi e, per tale ragione, decideva di citare in giudizio il medico che li aveva eseguiti. Secondo la donna, a fronte di una diagnosi non grave, costui la induceva a sottoporsi ad un’operazione chirurgica, sostenendo che si sarebbe trattato di un intervento poco rischioso. In sala operatoria, però, la paziente veniva colta da una forte emorragia che la vedeva costretta a subire, il giorno dopo, un secondo intervento. I forti dolori avvertiti successivamente rendevano perciò necessario un terzo intervento, in assenza di preventiva sottoscrizione del consenso informato, che comprometteva del tutto la situazione clinica della stessa tanto da non potervi più porre rimedio successivamente.

È POSSIBILE POTER ESTENDERE IL CONSENSO ESPRESSO PER ISCRITTO AL PRIMO INTERVENTO ANCHE ALLE OPERAZIONI SUCCESSIVE?

Sul punto, la Corte ribadisce che non basta la sottoscrizione di un modulo prestampato e dal contenuto generico, ma occorre che il sanitario fornisca informazioni dettagliate al paziente. Esse devono consentire allo stesso la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento chirurgico, nonché dei risultati conseguibili, dei rischi e possibili conseguenze negative. Il consenso deve essere acquisito, altresì, anche in occasione dei successivi interventi e, dato il carattere riparatorio e l’esito non necessariamente risolutivo degli stessi, la preventiva informazione deve essere maggiormente dettagliata!

Il paziente deve essere messo al corrente della patologia determinata dal primo intervento e delle prospettive che possono effettivamente conseguirsi con la successiva operazione chirurgica.

CHE TIPI DI DANNI POSSONO DERIVARE DALLA VIOLAZIONE DEL DOVERE DI INFORMARE IL PAZIENTE?

Tale violazione, da parte del medico, può comportare: – un danno alla salute, quando sia possibile ritenere che il paziente, se fosse stato correttamente informato, non si sarebbe sottoposto all’intervento evitando, così, di subirne le conseguenze invalidanti; – un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, nel momento in cui, a causa del deficit informativo, il paziente abbia patito un pregiudizio, patrimoniale o non patrimoniale, diverso dalla lesione del diritto alla salute.

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DRONI E PRIVACY

DRONI IN VOLO: RIPRENDERE DALL’ALTO RISPETTANDO LA PRIVACY

Il notevole incremento dell’utilizzo dei droni, “sistemi a pilotaggio remoto” (c.d. “SAPR”), in ambiti ricreativi o professionali, come ad esempio in occasioni di servizi fotografici effettuati il giorno delle nozze, ha posto di recente l’attenzione sull’impatto che questi possono avere sulla nostra riservatezza. Le eventuali effettuate da un drone in luogo privato, non aperto al pubblico (come ad esempio un giardino o un capannone) generalmente non comportano particolari accorgimenti. Naturalmente, sarà necessaria l’acquisizione del consenso dei soggetti ripresi e l’adozione di misure di sicurezza adeguate al fine di scongiurare il rischio della perdita, del furto o della diffusione involontaria dei dati acquisiti. Ai fini di un corretto utilizzo dei droni in luoghi pubblici, a fini ricreativi, è, altresì, fondamentale evitare di invadere l’intimità e gli spazi personali altrui e, per tali ragioni, è preferibile comunicare preventivamente l’intenzione di effettuare tali registrazioni.

Cosa cambia se si utilizzano i droni a fini professionali?

Utilizzare i droni per fini professionali apre lo scenario a profili di maggiore complessità: per il sorvolo di droni su agglomerati urbani o simili è necessario, oltre a chiedere le opportune autorizzazioni, limitare l’identificazione degli interessati ai soli casi in cui questo sia necessario. Inoltre, l’ENAC (Ente nazionale per l’aviazione civile) ha predisposto un “Regolamento mezzi aerei a pilotaggio remoto” che prevede espressamente, per tali tipologie di voli, il requisito del possesso di un vero e proprio brevetto di volo con autorizzazione al pilotaggio nonché l’obbligo per i piloti professionisti di stipulare una apposita polizza assicurativa.

Quali sono i riferimenti normativi?

Tra i più importanti provvedimenti da tenere in considerazione vi sono certamente quello emanato dal Garante dei Dati Personali in materia di videosorveglianza così come il recente Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR).

Anche le indicazioni offerte dalla Corte di Cassazione per l’uso delle immagini fotografiche possono ritenersi applicabili alle riprese effettuate con un drone. Qualora oggetto delle riprese sia un paesaggio, una chiesa o situazioni simili e in essa appaiano persone identificabili, l’autorizzazione all’uso delle immagini da parte degli stessi non sarà necessaria poiché considerati elementi secondari della ripresa. In caso contrario, il consenso sarà doveroso. Indicazioni importanti in materia, dunque, a cominciare dalla costruzione e dalla configurazione dei droni che dovranno avvenire in maniera tale da raccogliere un numero di dati personali piuttosto ristretto al fine di evitarne, quanto più possibile, un’illecita diffusione.

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PRELIEVI BANCOMAT NON AUTORIZZATI: HO DIRITTO AL RIMBORSO?

Accade sempre più spesso che si verifichino dei prelievi dagli sportelli Bancomat da parte di bande criminali organizzate.

Come ci si comporta se si finisce nelle grinfie di questi soggetti?  Vediamo di chiarire qualche dubbio.

Iniziamo con delle rassicurazioni. il prelivo non autorizzato di denaro dal conto corrente online oppure tramite carta bancomat in genere comporta l’immediato risarcimento della somma da parte della Banca.

La Banca potrebbe sollevare problemi solo se dimostra che il prelievo non autorizzato è avvenuto per tua colpa, perché non hai saputo custodire bene la carta bancomat o non hai saputo preservare il pin del bancomat dagli usi indebiti. Ma in genere, questa prova, a carico della Banca, è molto difficile da dimostrare. Ed infatti, la Banca deve infatti predisporre strumenti tali da garantire al proprio cliente di sapere, in qualsiasi momento, se qualcuno sta utilizzando il suo conto corrente online oppure la carta bancomat. Il correntista non è responsabile se qualcuno gli clona il bancomat nel mentre effettua un prelievo presso un punto di accesso.

Di solito i contratti stipulati tra il cliente e la Banca prevedono la restituzione delle somme prelevate da estranei, detratta una franchigia a carico degli utenti di 50 euro (prima dell’intervento del Governo, era di 150,00).  Quindi chi ha subito un furto di 1.000 euro dal bancomat avrà diritto a ricevere la restituzione di 950 euro (al netto della franchigia).

Come bisogna fare per ottenere il risarcimento?

Nel caso in cui ci ritroviamo in questa spiacevole situazione, occorre darsi immediatamente da fare per:

  1.  denunciare il fatto alla polizia postale o ai carabinieri; 
  2. bloccare la carta (se il furto è avvenuto con bancomat o carta di credito);
  3. Infine bisogna comunicare alla Banca il fatto con la copia della denuncia presentata alle autorità.

Se la Banca non restituisce le somme illegittimamente prelevate deve dare prova della colpa del correntista nell’episodio ossia dimostrare che il furto è avvenuto per incuria o negligenza del proprio cliente. Solo se viene fornita questa prova si può negare il rimborso, cosa non sempre facile per l’istituto di credito.

Se la Banca non procede al rimborso, conviene fare causa?

La giurisprudenza, a riguardo, ha ormai sposato una linea interpretativa di tutela del correntista, consentendo a quest’ultimo di chiedere, alla banca, la restituzione dei soldi illegittimamente prelevati dagli estranei.

La responsabilità dell’istituto di credito si fonda sul presupposto secondo cui spetta a quest’ultimo – e non al cliente – adottare tutte le misure tecniche per evitare il rischio di illegittime intrusioni o, quantomeno, attivare gli strumenti di allarme per evitare il ripetersi delle truffe.

Secondo la Cassazione, al correntista derubato spetta soltanto dimostrare di aver subito un trafugamento delle somme, mentre la Banca risponde dei danni conseguenti al fatto di non aver impedito a terzi di introdursi illecitamente nel sistema telematico mediante la captazione dei codici d’accesso del correntista. Se la banca vuole evitare la condanna deve dimostrare che il furto non le sia imputabile perché discendente da trascuratezza, errore o frode del correntista o da forza maggiore. In buona sostanza deve dare prova che è stato il correntista a non conservare, in modo diligente, le credenziali di accesso al proprio sistema di home banking.

In sintesi, la Banca ha una funzione di garante e, pertanto, ha una responsabilità oggettiva, che scatta cioè anche per le altrui condotte criminose, nonostante essa non abbia alcuna colpa. Dunque, al cliente spetta sempre la restituzione delle somme sottratte dal criminale informatico tramite bonifico online

Sei stato vittima di un caso analogo di truffa?

Hai necessità di recuperare i tuoi risparmi nei confronti della Banca? Contattaci.

Noi di Spazio Legale ti seguiremo in tutto l’iter che va dalla presentazione della denuncia alle competenti autorità fino all’ottenimento del rimborso da parte della Banca.

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DIVIETO ASSOLUTO DI INGRESSO IN UNA PUBBLICA SPIAGGIA AI CANI: ORDINANZA ILLEGITTIMA!

“Vengo anch’io? No tu no….” recitava un verso di un divertente.

E ricorda molto quello che, fino a poco tempo fa, accadeva nel momento in cui decidevamo, a malincuore, di lasciare in casa i nostri amici a quattro zampe per recarci al mare o, in casi estremi, rinunciavamo alla vacanza attesa l’effettiva difficoltà di trovare luogo accessibile anche per loro.

In molte parti d’Italia, infatti, la possibilità di portare il proprio cane in spiaggia veniva esclusa, molto spesso, con un’ordinanza comunale che ne impediva categoricamente l’accesso, tanto da indurci a cambiare la meta delle nostre vacanze.    

IL CASO: su tale scia, anche il Comune di Latina intendeva impedire, durante il periodo estivo, l’ingresso dei cani in spiaggia, anche se con museruola e guinzaglio, durante il periodo estivo ( 1° maggio – 30 settembre), prevedendo solo il loro accesso esclusivamente agli stabilimenti balneari a pagamento i cui concessionari avessero creato delle apposite zone a ciò deputate.       

LA RISPOSTA DEL TAR LAZIO:  ebbene, tale ordinanza è stata ritenuta illegittima dal Tar Lazio, con la recente sentenza n. 176/2019, in quanto scelta «irragionevole e illogica», e, pertanto, annullata!  Vi sono, infatti, chiare indicazioni regionali che attribuiscono ai Comuni il potere di individuare tratti di spiaggia da destinare all’accoglienza dei cani e che vengono dettate proprioin occasione della predisposizione del Piano di utilizzo degli arenili.  Una generica motivazione avente ad oggetto la tutela dell’igiene nelle spiagge non può in alcun modo vietare l’accoglienza degli animali di compagnia, in maniera assoluta!                                                                                                                                                   

QUALI LIMITAZIONI? É compito di tali enti, pertanto, adeguarsi e attrezzarsi – compresa la possibilità di individuare lidi a loro riservati – con ingresso, in ogni caso, gratuito –  al fine di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza.                                                                                                                                             Al più, così come indicato nella sentenza n. 225/2014 emessa dal Tar Calabria,  valutando una possibile limitazione dell’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite e/o interdette allo stesso e sempre gratuitamente, è possibile evitare che chi non può permettersi l’accesso ad aree riservate ed a pagamento possa essere, di fatto, discriminato.

Pur restando, quindi, la possibilità per il Comune di vietare la discesa di animali in spiaggia, affinché il provvedimento sia legittimo esso deve essere motivato e concretamente volto a consentire anche ai nostri animali di godere di una giornata di sole al mare indicando valide alternative!                                                                                                                                Hai la necessita di avere un parere più dettagliato?

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CONGUAGLIO BOLLETTE: cosa fare?

 

Quante volte ci è capitato di leggere le nostre bollette e fare gli scongiuri per il tanto temuto conguaglio che, prima o poi, giunge a sorpresa?

Accade spesso che il consumatore non ha i soldi necessari a pagare le maxibollette che periodicamenre arrivano.

In molti casi, il mancato pagamento delle bollette induce la società di fornitura di energia elettrica e/o gas a ricorrere alle vie legali al fine di ottenere dal giudice un provvedimento d’ingiunzione nei nostri confronti. Nello specifico, si tratta di un atto con il quale ci viene ingiunto di pagare la somma richiesta in virtù delle fatture emesse dalla società per il servizio che ci è stato erogato.

Cosa accade se l’utente decide di opporsi?

Può accadere che i conti non tornino: le somme oggetto del decreto ingiuntivo ci risultano eccessive rispetto a nostri consumi o si riferiscono a forniture non richieste poiché, in quel periodo, avevamo cambiato gestore. Ebbene, se le fatture commerciali possono essere sufficienti ad ottenere un decreto ingiuntivo, altrettanto vero è che, qualora il presunto debitore decidesse di opporsi, alla società di somministrazione servirà ben altro per sostenere le proprie richieste! Una volta incardinato il giudizio di opposizione, essa sarà tenuta a provare gli elementi costituitivi della propria pretesa creditoria fornendo prova certa dell’effettiva prestazione: la quantificazione dei consumi reali non può prescindere dalla dimostrazione della regolare rilevazione dei consumi e dalla trasmissione dei relativi dati da parte del soggetto preposto.

Quale valore avrà la fattura in sede di giudizio?

La fattura, del resto, pur riferendosi ad un rapporto già instaurato, non può essere idonea a provare l’esistenza di un contratto fra le parti, potendo costituire, al più, mero indizio dello stesso e dell’esecuzione di una prestazione. “Nessun valore, infatti, neppure indiziario, può esserle riconosciuto in merito alla rispondenza della prestazione stessa a quella pattuita e in merito agli altri elementi costitutivi del contratto” (Cass. 3.04.2008, n. 8549).
Condannare l’utente a pagare delle somme sulla base di un “consumo presunto” significherebbe, infatti, alterare quel vincolo con cui le parti si impegnano reciprocamente: “il prezzo della fornitura deve essere commisurato all’effettivo consumo e non può essere determinato secondo altri criteri presuntivi che prescindano dalla reale situazione” (Trib. Civile di Roma, Sez.VIII, sent.n. 548/2018).

Di fronte ad un decreto ingiuntivo, pertanto, è fondamentale non perdere tempo. Trascorsi 40 giorni dalla notifica dello stesso, infatti, senza aver proposto opposizione, esso diventerà esecutivo. Ciò significa che il creditore potrà procedere notificandoci un atto di precetto per poi procedere con il pignoramento! Meglio scongiurare questo rischio affidandosi a professionisti competenti al fine di valutare adeguate soluzioni.

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Se la Banca paga in ritardo una nostra scadenza?

Sebbene i giorni di festa ci vengano puntualmente segnalati dal nostro calendario, altrettanto non può dirsi con quella scadenza delle tasse! Spetta a noi ricordarci di evidenziare tali incombenze ma, a causa della vita frenetica che spesso conduciamo, non è sempre facile tenerle a mente.

Pagare in ritardo un’imposta ci esporrà, pertanto, all’applicazione di sanzioni e interessi di mora che, con qualche piccolo accorgimento, avremmo potuto evitare.

Cosa accade in caso di ordine di pagamento alla banca?

Decidere di delegare ad un istituto bancario il pagamento dei nostri tributi, per comodità o per ragioni di varia natura, non significa assicurarsi la puntualità del pagamento! Può infatti accadere che, se pur esso avvenga mediante bonifico bancario, l’accredito effettivo delle somme non sia contestuale.

E se il bonifico bancario risulta disposto per tempo?

Pur riconoscendolo quale strumento legittimo di pagamento dei tributi, secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con la recentissima Ordinanza n. 13759 del 22 maggio 2019, quand’anche esso sia stato disposto in data antecedente alla scadenza, in caso di versamento effettivo delle somme in favore della Tesoreria dello Stato oltre i termini di legge, il pagamento dei nostri tributi risulterà tardivo!

Quali saranno le conseguenze del ritardo? Il tardivo versamento delle somme in favore dell’ente creditore da parte della banca, così come ribadiscono gli Ermellini, configura, in tal caso, un inadempimento altrui anche quando il bonifico sia stato disposto in data antecedente alla scadenza. Pertanto, il ritardo nell’accredito delle somme nei termini di legge sarà imputabile esclusivamente all’istituto bancario in quanto soggetto tenuto a provvedere materialmente al pagamento in favore dell’ente creditore.

L’assolvimento dell’obbligo contributivo dovrà ritenersi assolto con l’ordine di pagamento impartito dal contribuente nei confronti della banca e, per tale ragione, le conseguenze del ritardo non potranno pesare sullo stesso! Non solo. Qualora quest’ultimo abbia dato puntuale ordine di pagamento ed esso non sia stato eseguito nei termini previsti, l’istituto bancario delegato sarà tenuto al pagamento di una penale per ogni giorno di ritardo.

É quindi fondamentale affidarsi a personale specializzato che possa studiare la questione in maniera competente e approfondita per evitare il rischio di essere sottoposti a sanzioni non dovute. Nel caso caso, il piccolo utente, ignaro dell’abuso di posizione dominante dell’Istituo Bancario, si sente indifeso ed incapace di reagire. molte volte, per evitare complicazioni, accetta passivamente le conseguenze negligenti dell Banca. ed invece diventa fondamentale reagire alle ingiustizie e far valere i propri diritti!

Contattaci e mettici alla prova. riceverai tutte le risposte che cerchi.

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SPIARE SUL CELLULARE ALTRUI. E’ REATO?

 

Diciamoci la verità, quante ci viene la voglia di spiare sul cellulare del/lla nostro/a compagno/a?

Molte volte lo vediamo lasciato incustodito, lì sul tavolo della cucina, tutto soletto e ci assale la voglia di dare una sbirciatina.

Una curiosità: è stato dimostrato che, la maggior parte delle volte, sono le donne a fare “queste piccole ricerche” con l’intento di scovare delle tracce di infedeltà o di altro comportamento da addebitare al compagno!

Ma questo si può fare?

La Cassazione che si è trovata a giudicare un caso del genere  ed ha affermato che TUTTO  dipende dalle modalità con cui si agisce:

1. se tale gesto viene fatto con violenza, strappando di mano il cellulare al legittimo proprietario, si commette il reato di rapina;

2. se il cellulare viene lasciato in un posto qualsiasi, accessibile al partner (come ad esempio il tavolo della cucina) non si compie alcun illecito. Questo perché, secondo una sentenza recente: la privacy tra coniugi subisce delle naturali limitazioni per via della condivisione degli stessi spazi”.

Ed è questo il punto principale:  se è considerato lecito leggere le email, gli sms e le chat, altrettanto vale con la posta ordinaria, e questo anche se va contro il principio di segretezza della corrispondenzaIn un contesto di coabitazione e di condivisione di spazi e strumenti di uso comune quale quello familiare, la possibilità di entrare in contatto con dati personali del compagno/a è del tutto probabile e non si traduce necessariamente in una illecita violazione di dati personali.

Quindi se tuo marito o tua moglie si accorge di un messaggio segreto sul telefonino che hai dimenticato sul divano non puoi che prendertela con te stesso.

3. se, invece, si applicano dei dispositivi sul cellulare altrui (delle spie o sistemi di registrazione), si rientra in un reato grave che può sfociare in una pena detentiva da 6 mesi a 4 anni.

In ogni caso occorre fare molta attenzione a queste piccole e apparentemente insignificanti azioni.

La disciplina della Privacy, infatti, è in continua evoluzione e si sta rafforzando sempre di più la sua importanza. Nessuno può ledere un diritto alla riservatezza delle persone, siano esse legate a noi da rapporti di amicizia, amore, parentela ed altro.

Ecco perché bisogna essere aggiornati e conoscere bene quelli che sono i diritti che vengono posti a tutela della persona.

Hai subito una violazione della privacy? Hai bisogno di una consulenza in materia?

Contattaci. Noi di SpazioLegale siamo a completa disposizione per fornire tutte le risposte di cui hai bisogno.

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